Perugia Social Photo Fest, verso la terza edizione
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- Scritto da Dario D'Orta
Si terrà a novembre 2014 la terza edizione del Perugia Social Photo Fest, organizzato dall’associazione LuceGrigia, con l’intento di proseguire su un percorso di ricerca del significato delle immagini che produciamo e che ci circondano. Per approfondire e conoscere meglio questo interessante percorso, ho intervistato il Direttore artistico della manifestazione, Antonello Turchetti, che ringrazio per la disponibilità.
Che cos’è il Perugia Social Photo Fest (PSPF)?
E’ il primo festival dedicato alla fotografia sociale e alla fotografia terapeutica. Unico nel suo genere il PSPF è un contenitore di idee, un “luogo” dove la cultura e il sociale si incontrano, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica su temi e su aspetti moto spesso dimenticati ma che invece vale la pena che vengano raccontanti. Il PSPF infatti nasce come manifestazione socio-culturale centrata sul ruolo sociale e terapeutico della fotografia e che annualmente present
a al pubblico italiano ed internazionale progetti che si sviluppano nell’ambito della fototerapia, della fotografia terapeutica. Il PSPF si sviluppa infatti su due canali distinti: la fotografia sociale, di denuncia e riflessione, di riscatto di identità individuali e collettive, mezzo per dar voce agli “esclusi” e quindi strumento di inclusione sociale; la fotografia terapeutica intesa come mezzo di riattivazione della percezione e di uno stimolo interiore personale soprattutto laddove c’è una difficoltà di comunicazione per attivare quindi un processo di autocoscienza e di esplorazione del sé.
Da dove nasce l’idea di questa iniziativa?
Nella società attuale, definita società dell’immagine, è sempre più profonda l’esigenza di creare o forse ricreare una cultura dell’immagine. Viviamo circondati da immagini, ma spesso non sappiamo più distinguere genere e qualità; allo stesso modo oggi molti fotografano, ma pochi riescono davvero a raccontare e ad esprimersi attraverso le fotografie. Giornalmente siamo bombardati di immagini, dalla televisione, libri, riviste, giornali, pubblicità, su internet. Ma tutte queste immagini sono ben lontane da essere neutre: ogni qualvolta ne incontriamo una si attiva un processo, conscio o subconscio, che ci porta ad una relazione con quell'immagine, con quello che percepiamo con gli occhi. Questa relazione si attiva e si definisce in base al contesto delle nostre esperienze e i nostri ricordi. Interagiamo con l'immagine e questo accade anche quando quell'immagine non ci piace. Le immagini comunicano importanti messaggi sui nostri valori, la nostra identità, cosa vogliamo che gli altri vedano di noi, e come noi ci presentiamo al mondo. Le n
ostre immagini sono preziose, formano un ponte tra il passato e il presente, una memoria tangibile della nostra esistenza. L
a fotografia è un mezzo insostituibile per
“fare memoria visiva”, è indispensabile per comunicare idee e culture di singoli e comunità. La fotografia può ispirare uncambiamento socialeattraverso la presa di coscienza sullo straordinario, bello o brutto, che è sotto gli occhi di tutti ma che molto spesso viene ignorato. La fotografia può essere uno strumento fondamentale di comunicazione, di riattivazione della percezione, di riattivazione di una spinta interiore personale soprattutto laddove c’è una difficoltà di comunicazione. È sempre più emergente infatti l'uso della fotografia in contesti di auto-esplorazione, comunicazione, espressione creativa e sviluppo personale. Essenzialmente, scattare una fotografia equivale a far un viaggio dove l'immagine finale rappresenta un punto di incontro che può essere sia la destinazione che il punto di partenza. Ma di fatto l’azione di auto-esplorazione può avvenire in ogni punto del processo. Questo è possibile perché mentre il contenuto/soggetto della fotografia rimane lo stesso, la persona che la guarda si evolve, è mutevole. Il significato di una fotografia non è fisso e assoluto, ma si adatta alle esperienze e alle prospettive
dell’individuo che entra in relazione con l’immagine stessa. Guardiamo l’immagine con i filtri delle nostre vite, esperienze, la esploriamo attraverso la nostra personale prospettiva, le nostre paure, le nostre speranze e i nostri valori. Ed è proprio in questo che risiede il potere della fotografia come strumento di auto esplorazione ed è comprensibile come le sue applicazioni e le persone che possono accedere a questo medium sono pressoché infinite.
Il PSPF aspira diventare un centro di eccellenza che raccoglie esperienze e testimonianze da tutto il mondo, approfondendo gli studi con convegni, seminari e conferenze e trasformandosi così in una manifestazione a tutto tondo. La sua innovazione è anche nella pluralità di questa sua forma, che racchiude cultura e sociale, psicologia e arte, professionalità e bisogni umani in un tutt’uno coerente e esaustivo.
Nel mese di novembre 2014 ci sarà la terza edizione: quali saranno i temi?
Quest’anno l’intero festival ruota intorno al concept “Resisto”. Una parola semplice ma di forte impatto che si basa sul concetto psico-sociale della “resilienza”. La resilienza viene vista come la capacità dell’uomo di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e trasformato positivamente. Le persone resilienti non sono dei super eroi, ma solo individui che hanno trovato in se stessi, nelle relazioni umane, nei contesti di vita, gli elementi e la forza di continuare a
progettare il proprio futuro a
dispetto di avvenimenti destabilizzanti, di condizioni di vita difficili, di traumi anche importanti. Nell’ambito della prospettiva psicosociale il concetto di resilienza è utilizzato anche in riferimento ai gruppi e alle comunità
per indicare una condizione che amplifica la coesione dei membri fortificando le risorse vitali di coloro che ne sono coinvolti.
Per coltivare l’umanità bisogna essere legati agli altri esseri umani e riconoscerli.
PSPF è un evento unico a livello mondiale o ci sono iniziative analoghe? Se sì, avete delle collaborazioni con loro?
Il PSPF è l’unico festival dedicato alla fotografia terapeutica e sociale a livello mondiale. Molte però sono le collaborazioni che le istituzioni che si occupano di fototerapia e fotografia terapeutica. Sin dal suo esordio, nel 2012, il PSPF collabora il PhotoTherapy Center di Vancouver (Canada) diretto da Judy Weiser, psicologa, arte terapeuta, formatrice, docente universitario, autrice del più importante libro in materia di fototerapia.
Qual è l’eredità delle precedenti edizioni?
Se il primo anno (2012) si è caratterizzato come un contenitore di sperimentazione per dare spazio ad un aspetto della fotografia ancora poco esplorato, il 2013 ha rafforzato l’identità del PSPF quale unico evento a livello europeo dall’elevato spessore culturale per la sua specificità nel focalizzarsi sulla fotografia terapeutica e sociale, diventando così luogo fondamentale per tutti coloro che ruotano in questo innovativo settore ottenendo così un successo inaspettato e raccogliendo l’interesse non solo di esperti del settore ma anche di tutti coloro che muovono i primi passi nella fotografia terapeutica. Questo ha permesso di attivare una serie di collaborazioni istituzionali con
enti e centri nazionali e internazionali. Per citarne alcuni: il PhotoTherapy Center di Vancouver (Canada); lo Studio Arte Crescita , Milano; Shoot4Change, Roma; PhotoVoice, Londra; Fotografi Senza Frontiere, Milano; PsyForte Creative Centre, Russia; L’Istituto di Terapie Familiari di Firenze diretto da Rodolfo de Bernart e L’ Internation Association for Art and Psychology di Bologna diretto da Stefano Ferrari.
Ci puoi fornire alcuni dati (quantitativi e qualitativi) sui partecipanti delle precedenti edizioni?
Molto sentita e partecipata la risposta del pubblico, specializzato e non, alle proposte presentate dal PSPF in questi anni.
I workshop tenuti da esperti internazionali come Cristina Nunez, artista spagnola fondatrice del metodo “The Self-Portrait Experience”; Sabine Korth, esperta in tecniche di photocollage; Ulla Halkola, creatrice del metodo Spectrovision; il collettivo TerraProject, Sara Guerrini, foto editor del magazine “D di Repubblica”; Francesca Belgiojoso, psicoterapeuta esperta in tecniche di fototerapia; Sara Lusini, esperta in laboratori di fotografia espressiva per bambini e che realizza progetti “la mia inquadratura” in tutto il mondo; Fausto Podavini, fotografo, vincitore del Word Pr
ess Photo 2013 sezione Daily Life; Judy Weiser, fondatrice e direttrice del PhotoTherapy Center di Vancouver (Canada), hanno tutti avuto un successo enorme, con centinaia di iscritti.
La conferenza Internazionale Experiencing Photography svoltasi sia nel 2012 che nel 2013 ha visto la presenza di numerosi partecipanti provenienti da tutta Italia, ma, a conferma dell’importanza delle tematiche affrontate, ha registrato presenze anche da Spagna, Slovenia, Argentina, Israele, Inghilterra, Belgio, Francia, Austria, Polonia, Russia.
Molti gli eventi organizzati dal PSPF in questi due anni: incontri e
dibattiti con fotografi, visite guidate alle mostre e nel 2013 il festival, in collaborazione con Umbria Libri, ha presentato in anteprima nazionale l’edizione italiana del libro di Judy Weiser “PhotoTherapy Techniques. Exploring the Secrets of Personall Snapshots and Family Albums” pubblicato dalla Franco Angeli Ed.
Qual è l’episodio che ricordi con maggior piacere delle precedenti edizioni?
Sono tantissimi gli episodi che ricordo con molto piacere, soprattutto l’incontro con personaggi, artisti e non, che hanno lasciato davvero tracce di una forte umanità. A tale riguardo vorrei riportare un commento di una partecipante al workshop di Judy Weiser: “It was very important to me in my return to normal life. Since participation in your workshop in Perugia in my life there have been many positive changes. You became a milestone in my life
…My life shows that art and photography heal and allow people to survive the worst moments of life. I am the art therapist who saved myself :) Now I know how to help others”. Mi permetto di sottolineare un “prodotto” delle PSPF che è il progetto “Cosmorama – paesaggi da un mondo plurale” che ha visto il coinvolgimento di quattro città italiane (Perugia, Vignola, Catania e Pesaro) nella creazione di un progetto di fotografia social volto a indagare la relazione tra “l’uomo e il suo paesaggio” e come l’uno influisca sull’altro e come l’uno genera l’altro. Il geografo Yi Fu Tuan af
ferma: “Quando lo spazio ci sembra familiare significa che è diventato un luogo”. Ogni persona si colloca nel suo spazio vitale in una posizione che mette in relazione continua il suo “mondo interno” con il mondo che lo circonda. È quindi con la vista, l’udito, l’olfatto e soprattutto con il proprio vissuto emotivo che il territorio acquisisce un valore. Il progetto “Cosmor
ama” è rivolto a persone che vivono una condizione di marginalità e utilizza, appunto la fotografia, come strumento di autoesplorazione del sé allo scopo di acquisire e sviluppare nuove potenzialità e nuove prospettive. Una nuova forma di terapia che coniuga il linguaggio dell’immagine (forme, colori, spazio) e la relazione con l’ambiente sia urbano che rurale. La mostra collettiva è stata presentata a Perugia durante il PSPF 13 ed è promossa, per tutto il 2014, nelle città coinvolte nel progetto. Il progetto Cosmorama è stato selezionato anche al FacePhotoNews di Sassoferrato. Per me questo è un grandissimo risultato che dimostra come il festival non è solo un luogo espositivo ma ha in sé i presupposti per diventare un luogo in cui collaborare a progetti condivisi.
Cosa succede nei mesi precedenti e successivi alle edizioni del PSPF, in termini di contatti, iniziative?
Un intenso lavoro di organizzazione e di gestione. Direi non stop! Dopo l’edizione del 2013 abbiamo deciso di attivare attività che si sviluppino durante tutto l’anno sia per mantenere “vivo” il pensiero del festival sia per proseguire la mission del festival. Quest’anno abbiamo attivato lo spazio.lab con laboratori e incontri con i più importanti e innovativi fotografi italiani. Il lavoro più impegnativo è sicuramente rappresentato
Chi gestisce il PSPF? dalle gestione delle innumerevoli richieste di partecipazione al festival che arrivano letteralmente da tutto il pianeta. L’ultima in ordine cronologico è arrivata dall’India. Quest’anno abbiamo anche deciso di lanciare una “call for entry” che consentirà di presentare i propri progetti. La call è aperta a tutti fotografi professionisti e non. Nei prossimi anni è nostra intenzione coinvolgere le realtà sociali del nostro territorio (non solo quello regionale) in progetti di fotografia partecipa e progetti di fotografia terapeutica così da rendere il PSPF sempre di più interattivo.
Deus ex machina del festival è l’associazione di promozione sociale LuceGrigia di Perugia. L’associazione nasce con l’intento di promuovere e diffondere la cultura dell’integrazione sociale e della tutela dei diritti per l’evoluzione umana e sociale. In questi anni l’ass.ne ha promosso e realizzato progetti di solidarietà social per diffondere la cultura, in particolar modo la fotografia, come strumento di inclusione sociale con particolare attenzione alle persone a rischio di emarginazione. Tra i progetti più importanti vorrei citare il progetto E.T.R.A. Education Through Eehabilitative Art-Photo. ETRA è un progetto europeo che ha visto il coinvolgimento di
sette partner provenienti da sei paesi europei (Italia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Estonia, Grecia). Scopo del progetto è stato quello di promuovere, in persone adulte in condizioni di marginalità sociale, processi di empowerment individuali e l’apprendimento di competenze attraverso un percorso informale di apprendimento basato sullo stimolo della percezione artistica e della produzione di opere fotografiche. Il progetto si è concluso a dicembre 2013 ottenendo ottimi risultati che hanno appunto evidenziato come una metodologia basata anche sull’uso della fotografia è vincente e possa ottenere enormi risultati in termini di crescita personale e sociale.
Una citazione doverosa è per tutti i volontari che con grande coraggio ed entusiasmo ci hanno aiutato in questi anni.
E quali sono le partnership?
Credo di aver già risposto precedentemente. In aggiunta posso dire che dal 2013 abbiamo attivato una collaborazione con il Festival della Fotografia Etica di Lodi e per quest’anno stiamo lavorando per sancire una collaborazione con l’OpenBorder Festival di Amsterdam, l’associazione di fototerapia Finlandese e l’agenzia spagnoal NWNPhoto, la prima agenzia fotografica gestita in collaborazione con fotografi con disabilità Intellettive. Altre partneship importanti sono con la “Dama Sognatrice” casa di produzioni audiovisive in HD con la quale stiamo lavorando alla realizzazione di un docu-film su Judy Weiser e sull’uso delle tecniche di fototerapia. Cito inoltre l’ass.ne Sementerna Onlus, l’Istituto Gaetano Benedetti, la fondazione Guglielmo Giordano e la rivista di tecnica e cultura fotografica FOTOCULT.
Come si sostiene il PSPF sul piano economico?
Questo è un tasto dolente del festival. Per le prime due edizioni abbiamo potuto anche contare sulla raccolta fondi crowdfunding che ha visto un’ampia partecipazione di tantissime persone che hanno creduto e credono nel nostro progetto. I sostenitori dell’anno passato sono stati coinvolti in un progetto di arte sociale partecipata che verrà messo in mostra nell’edizione di quest’anno. Questo a conferma che il festival ha davvero una natura sociale. Il festival è pressoché fondato sul volontariato dei membri dell’ass.ne LuceGrigia e appunto sui volontari che ogni anno ci chiedono di partecipare all’organizzazione. Ma il volontariato non è più sufficiente. E’ mia intenzione far crescere il festival a livello internazionale affinché davvero diventi un punto di eccellenza nel panorama italiano e non solo. Stiamo ancora aspettando l’ingresso di investitori pubblici e privati che abbiano il coraggio e la lungimiranza di investire in un progetto, nato dal basso, ma che sta riscuotendo un ampio consenso a livello planetario.
In che rapporto siete con le Istituzioni?
E’ grazie al sostegno della Regione Umbria, Provincia di Perugia e del Comune di Perugia che il PSPF è riuscito a diventare una realtà. Nonostante i tagli alla cultura e al sociale tutti e tre gli Enti si sono mostrati sin da subito molto attenti alla sp
ecificità del festival mettendoci a disposizioni le più belle location dell’Umbria. L’edizione 2012 si è svolta a Spello nella suggestiva cornice di Villa Fidelia; nel 2013 il festival è stato ospitato Perugia presso gli spazi espositivi della Rocca Paolina e del Centro di Cultura Contemporanea di Palazzo Penna. L’edizione 2014 sarà interamente presso il Museo Civico Palazzo Penna che, a partire dalla sua originaria identità di museo, si è oggi evoluto in un vero e proprio “Centro di cultura contemporanea”. Spazio poliedrico e vitale in cui si svolgono moltissime manifestazioni culturali del Comune di Perugia.
Che cosa pensi delle tecnologie e applicazioni attuali in campo fotografico? La possibilità di condividere in tempo reale e il fatto che la condivisione nel Web può raggiungere ogni angolo del mondo facilita gli obiettivi sociali del PSPF?
Non mi preoccupa tanto l’evoluzione della tecnologia, del resto è inevitabile, quanto piuttosto l’approccio all’immagine. Ma di questo ne ho già ampliamento parlato in precedenza. La necessità di condivisione è frutto di quest’epoca dove la visibilità virtuale ha preso il sopravvento all’identità reale. D’altro canto è proprio grazie al web che si ha la possibilità di comunicare con gli angoli più estremi del mondo e di conoscerli. Quindi davvero questo è un argomento estremamente complesso da affrontare. Per quanto riguarda il PSPF posso solo dire che molto del mio lavoro avviene anche attraverso i social network, a gruppi specifici e tematici. Il web rappresenta il modo più diretto per dialogare e per diffondere anche gli obiettivi del festival. Ma l’arte e quindi anche la fotografia non può prescindere dal rapporto reale, dal rapporto umano. Se la fotografia è diventata un linguaggio di massa, estremamente accessibile, popolare, ecco allora davvero è necessario ri-creare una cultura dell’immagine ponendo l’attenzione sul potere e il ruolo sociale del linguaggio visivo.
E cosa pensi delle arti terapie in Italia? A che punto siamo? O dove potremmo/dovremmo essere?
In questi ultimi anni l’arte terapia in Italia ha visto un grandissimo sviluppo e questo è solo positivo. Mi sono diplomato arte terapeuta da pochi mesi e negli ultimi tre anni ho assistito ad crescente interesse verso queste tecniche. Del resto la conferenza “Experiencing photography” che ogni anno organizzo in occasione del PSPF registra sempre un’affluenza importante. Basti pensare che nel 2013 abbiamo dovuto usare una sala attigua con schermi aggiuntivi visto le centinaia di presenze. Da gennaio 2013 inoltre figure professionali come quella dell’arte terapeuta sono ufficialmente riconosciute dal Governo Italiano con l’approvazione della legge “Disposizioni in materia di professioni non organizzate” del 19/12/12. Questa legge è un passaggio importantissimo e fondamentale, ma ancora c’è molta strada da fare soprattutto affinché la figura dell’Arte terapeuta possa essere integrata nelle terapie classiche e in tutte le relazioni d’aiuto. Purtroppo è ancora molto presente il preconcetto sull’uso dell’arte come strumento di espressione e di auto esplorazione. Se penso a paesi come l’Inghilterra, la Francia, per rimanere in Europa, beh…c’è ancora molto lavoro da fare. Ma ripeto: il crescente interesse registrato in questi anni mi fa davvero ben sperare.
Henry Cartier-Bresson ha affermato che, per guardare bene, bisognerebbe imparare a diventare sordomuti. E’ condivisibile questo con gli obiettivi del PSPF?
La risposta non può che essere affermativa. La fotografia, come l’arte, può essere usata come terapia per aiutare le persone a comprendere “cosa c’è di nascosto”. Citando Judy Weiser, “una fotografia, intesa come “un tutto”, è decisamentedi più della semplice somma dei singoli dettagli che la compongono. Per questo motivo le foto sono strumenti perfetti per catturare tutto contemporaneamente! Certo, è importante considerare ciascun aspetto di una fotografia, ma “la sua storia” (e il contenuto emotivo che chi la guarda vi collega) va al di là della somma di questi “fatti” visivi, ed è anche diversa per ogni individuo che osserva.
Siamo in un Paese da lungo tempo in crisi economica. La fotografia sociale secondo te come potrebbe contribuire ad una inversione di tendenza?
Tra le conseguenze della crisi economica si registra sempre di più un profondo senso di smarrimento e di paura nei confronti di un futuro sempre più incerto. Una paura dettata dalla perdita di punti di riferimenti che spe
sso coincidono con la perdita del proprio lavoro, della capacità di far fronte alle spese della propria famiglia, ecc. Da stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità emerge un’oggettiva correlazione (coincidenza) tra l’aumento della disoccupazione e la crescita di suicidi che si è verificata in Europa negli ultimi cinque anni. E’ evidente che la crisi economica ha forti ripercussioni anche nell’ambito della salute. Il disagio, la mancanza di fiducia, il non “vedere alternative” sono alcuni delle conseguenza di un sistema economico e quindi sociale che è al collasso. Questo tipo di “sofferenza” non può essere affrontata solo in termini di terapie mediche ma serve, secondo me, un approccio multidisciplinare. In questo caso la fotografia può essere un valido strumento per ritrovare una “chiave di lettura” della propria vita, per scoprire o riscoprire capacità che si pensava di non possedere o di aver perduto. Uno strumento per “rileggere” il proprio passato al fine di trovare le spinta interiore per affrontare il proprio presente. In questa ottica mi sento di parlare appunto di fotografia terapeutica che ha una valenza sociale. E il lavorare sui singoli non può far altro che agevolare un cambiamento collettivo.
Nei social network le immagini sono fondamentali per cercare di emozionare, promuovere, coinvolgere. Ma per te quanta ricaduta c’è poi sul piano sociale umano? E come potrebbe essercene di più?
Il fenomeno delle immagini nei social network è un fenomeno in grande evoluzione e che è diventato oggetto di studi, ricerche, dibattiti basti pensare al fatto che la parola “selfie” è stata consacrata come parola dell’anno 2013. Fare delle considerazioni in questo caso è molto complesso anche perché non potrei mai comprendere appieno il motivo per il quale una persona decide di “postare” un’immagine piuttosto che un’altra. Ogni immagine, ogni scatto, racconta una “verità” che è quella del suo autore ed è difficile decifrarne il valore semplicemente guardando uno schermo. Al massimo possiamo “proiettare” il nostro significato ma senza un reale scambio verbale con il suo autore. E quindi rimane una proiezione di significato. Instagram per esempio è un social estremamente interessante che ci permette di accedere alla “quotidianità” di tutto il globo. Si può vedere quello che l’altro fa durante la giornata, vedere cosa sono le cose, i luoghi che più lo interessano, vedere come uno stesso pensiero venga tradotto in un immagine fotografica. Da fotografo, ma soprattutto da arte terapeuta, trovo molto interessante fare delle ricerche su Instagram attraverso gli hashtag: si ha in un colpo solo la traduzione “globalizzata” di un concetto…e con non poche sorprese! Tutto questa produzione di immagini se da un lato accorcia, per così dire, le distanze, dall’altro sta producendo una stereotipia di immagini. In questa ottica credo che sia assolutamente necessario riappropriarsi del reale significato della fotografia.
Cosa diresti come invito a partecipare al prossimo PSPF?
Il PSPF 14 sarà un’edizione con lavori di grande impatto emotivo, che ci auguriamo potranno suscitare importanti riflessioni. Cosa dire? Semplicemente “Resisto!”.
Una carrellata densa di notizie, significati, iniziative, emozioni. Questa è l'immagine (appunto) del mio incontro con Antonello, che costituisce uno stimolo forte a seguire l'evoluzione del PSPF di cui, come abbiamo visto, fervono i preparativi. Proprio in questi giorni è stata infatti attivata la "call for entry" che avrà scadenza il 31 luglio 2014.
Il sito del PSPF è consultabile cliccando qui.


