Labsus: liberare energie per i beni comuni
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- Scritto da Dario D'Orta
“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (Costituzione Italiana, art. 118, ultimo comma).
Il principale obiettivo di “Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà” è quello di far sapere al maggior numero possibile di persone che nella nostra Costituzione c’è questa grande novità rappresentata dal principio di sussidiarietà e che questa novità può cambiare il loro modo di stare, come cittadini, in questa società.
E per Labsus i cittadini attivi e le Amministrazioni possono e devono essere alleati in questo percorso. Labsus è un’associazione culturale, impegnata da alcuni anni su queste tematiche, si basa su uno staff formato da molti giovani e su una fitta rete di persone che in tutta Italia collaborano per liberare energie in favore dei beni comuni. In questa fase, Labsus sta lavorando sulla promozione e diffusione del “Regolamento” sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani. E’ uno strumento che è stato da poco approvato dal Comune di Bologna e che sta riscuotendo un vivace interesse in tutta Italia, da nord a sud, proprio perché veicolo di rapporto positivo tra i cittadini attivi e la Pubblica Amministrazione. Per saperne di più sull’associazione, ho intervistato il professor Gregorio Arena - che ringrazio vivamente per la disponibilità - Presidente di Labsus e professore ordinario di Diritto Amministrativo presso l’Università di Trento.
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Cos’è Labsus?
Labsus è un’associazione culturale che opera dal 2006 attraverso il sito www.labsus.org
E' nato per dare un riferimento stabile alle riflessioni che stavo sviluppando sul principio costituzionale di sussidiarietà, alla luce della teoria, che avevo esposto per la prima volta nel 1997, dell'amministrazione condivisa.
Con il lavoro volontario e appassionato di tanti che in questi anni hanno collaborato con noi, Labsus è diventato il sito più completo e aggiornato in materia. Adesso però siamo di fronte ad una fase nuova, perché il progetto di diffusione del Regolamento sull'amministrazione condivisa richiede forze nuove, in quanto si tratta di fare un lavoro di creazione e gestione di reti che è molto diverso dalla gestione di una rivista online.
L'idea è quella di promuovere il Regolamento come strumento per liberare energie, partendo dal presupposto che ci siano in Italia, nelle nostre comunità locali, risorse preziose in termini di energie, competenze, esperienze, idee, relazioni. E la cosa più importante è che, direi ormai da almeno un decennio, tutte queste energie sono disponibili a entrare in gioco per migliorare la qualità complessiva della vita delle persone. E’ una forma di volontariato non rivolta alle persone in condizioni di disagio, da parte di chi sta meglio nei confronti di chi sta peggio. In questo senso è un volontariato per così dire "in orizzontale", verso tutti gli altri membri della comunità, mediante il quale le persone si prendono cura dei beni comuni, dei luoghi in cui vivono, per stare meglio. Quindi c’è una componente molto concreta, perché la gente vuole vivere in città in ordine, pulite, con i giardini sistemati, e così via. Non è un problema di inefficienza dell’Amministrazione, è che le persone hanno voglia di riprendersi i propri spazi. C’è un desiderio di benessere individuale che però ha un versante prevalente solidaristico, perché se io con i miei vicini di casa tengo in ordine la piazzetta del quartiere dove vivo, questo va a vantaggio di tutti.
E questo è il tema dei beni comuni.
Esattamente. Noi diciamo che, dietro i beni, ci sono le persone, e quindi se io curo i beni comuni, materiali e immateriali, del mio quartiere, di fatto sto facendo qualcosa di utile anche per gli altri, c’è sempre anche un profilo solidale. Poi c’è l’aspetto della socializzazione, del divertimento, dello stare insieme. Pensi a quante persone anziane in questo modo possono uscire di casa e mettere a frutto delle competenze che spesso i giovani che smanettano su Internet non hanno. Quindi c’è questo aspetto relazionale che è importantissimo, perché fra i beni comuni ci sono anche i beni relazionali, naturalmente.
C’è poi l’aspetto dell’esercizio dei diritti costituzionali. Quando le persone risolvono insieme un problema che riguarda il loro quartiere imparano come si interagisce, come si gestisce una riunione, come ci si organizza. E tutto questo fa benissimo alla democrazia. Perché poi è possibile che alcune di queste persone decidano di candidarsi al Consiglio del Municipio o del Comune. Consideri che il 70% dei Comuni italiani ha meno di 10.000 abitanti, quindi il passaggio dalla cittadinanza attiva alle istituzioni locali in comuni di piccole dimensioni è molto facile. Ma il cuore del discorso, l'obiettivo strategico del Regolamento, è liberare le energie.
Quali energie si devono liberare per curarsi dei beni comuni?
La metafora che sto usando per spiegare come funziona il Regolamento è quella di immaginare la città come un'automobile. Il motore di questa automobile sono le energie dei cittadini, che però sono sprecate perché non arrivano alle ruote. Noi con il Regolamento abbiamo costruito l’albero di trasmissione. Le energie dei cittadini a questo punto possono entrare in gioco e mettere in moto la macchina. Ed è letteralmente così. In questi anni ci siamo spesso confrontati con amministratori locali che ci dicevano che sarebbero stati disposti a consentire ai cittadini di fare quello che proponevano (ad es. manutenzione di una piazza), ma poi non sapevano come fare tecnicamente, in quanto le regole del Diritto Amministrativo lo impedivano. Questa era l'obiezione degli amministratori “illuminati”, poi ci sono quelli, e sono tanti, che sono contenti, a cui va benissimo che non ci siano regole applicabili a questa nuova forma di cittadinanza, perché preferiscono rimanere nello schema ottocentesco, cioè tu stai al tuo posto di utente e io, se ho le risorse, ti fornisco i servizi.
Voi comunque proponete Labsus in forma a-partitica, immagino, vero?
Assolutamente a-partitica, tanto è vero che dopo l’uscita del Regolamento ci sono arrivate diverse mail di candidati alle prossime elezioni che mi invitano alle loro iniziative elettorali per presentare il Regolamento ed a tutti sto rispondendo che non posso andare. I beni comuni non hanno e non devono avere colore politico, per definizione.
Il Regolamento sta sul nostro sito e tutto quello che c'è nel nostro sito è utilizzabile gratuitamente, salvo citare la fonte. Se il Regolamento viene adottato e chiedono aiuto per applicarlo, noi andiamo.
Abbiamo fatto per due anni un lavoro molto impegnativo in tre quartieri di Bologna per scrivere il Regolamento partendo dai problemi concreti, scegliendo i tre quartieri insieme con la conferenza dei Presidenti di Quartiere, anche perché a Bologna i quartieri sono molto importanti, sono una struttura istituzionale cruciale.
E, proprio per marcare il fatto che i beni comuni non hanno colore politico, uno dei tre quartieri che abbiamo scelto è l'unico di Bologna con una maggioranza di centrodestra, per far capire concretamente che la cura dei beni comuni riguarda tutti i cittadini, indipendentemente dalle posizioni politiche.
Adesso il Regolamento è in discussione al Consiglio Comunale di Bologna e mi dicono che c’è la possibilità che venga approvato all’unanimità. Se avvenisse mi farebbe molto piacere, non la considererei una sorta di “ammucchiata”, anzi, sarebbe la conferma di quello che ho appena detto sui beni comuni come beni veramente di tutti.
C’è il rischio che la Pubblica Amministrazione possa “approfittarsi” dei cittadini attivi per sopperire alla mancanza di risorse?
E’ un problema che noi stessi ci poniamo, e che ci viene spesso posto. Giustamente i cittadini dicono: “Io pago le tasse e mi aspetto di ricevere in cambio servizi, quindi perché devo essere io a intervenire nella cura dei luoghi in cui vivo?”. Chi dice questo ha perfettamente ragione ed è nostro diritto pretendere servizi pubblici efficienti in cambio delle nostre tasse.
Ma oggi per essere dei buoni cittadini non basta più votare ogni cinque anni, pagare le tasse e rispettare le leggi. In realtà la cittadinanza, nella sua essenza, non dovrebbe neanche avere l’aggettivo “attiva”, dovrebbe essere attiva per definizione, ovviamente soltanto per chi vuole essere un cittadino attivo. E’ proprio il modo di stare nella società che deve cambiare, perché se non riusciamo a coinvolgere le persone nella cura del nostro stesso Paese, il distacco verso le istituzioni, la comunità, diventa veramente pericoloso. Noi veniamo da venti anni in cui ci è stato detto: i tuoi problemi te li risolvi da solo, mentre oggi dobbiamo far capire che dai problemi si esce insieme.
Al nord ho visto tante amministrazioni negli anni passati, quando il problema delle risorse non si poneva, coinvolgere i cittadini nella cura dei beni comuni urbani: Piacenza, Reggio Emilia, Torino, Trento e altre ancora. Poi certo c’è il problema che pone lei, dell'eventuale "approfittarsi" dei cittadini attivi da parte degli amministratori e su questo bisogna vigilare. Per esempio bisogna usare molto la trasparenza, mettendo tutto sui siti, creando una grande circolazione delle informazioni, in modo da capire subito se un amministratore sta sfruttando i cittadini o se invece riconosce in loro degli alleati. E’ una questione di atteggiamento degli amministratori locali. Comunque girando l’Italia uno si accorge che gli amministratori locali, soprattutto nei comuni piccoli o medi (che sono la maggioranza) sono persone che fanno vite normali, sono cittadini come gli altri che vivono in mezzo alla gente, se avessero l’atteggiamento di quelli che sfruttano i cittadini attivi i loro elettori se ne accorgerebbero subito..
C’è però da considerare la questione delle grandi città, con i loro municipi e quartieri.
Dopo aver vissuto in Trentino per circa vent'anni dal 2004 sono tornato ad abitare a Roma e verifico ogni giorno che Roma è una città di quartieri, nei quali si riproducono molte delle dinamiche dei piccoli comuni. Certo, il fatto che i Municipi qui a Roma abbiano pochi poteri e poca autonomia è un problema. Ma anche nelle grandi città si possono per così dire spezzettare gli interventi di cura condivisa dei beni comuni e scendere fino al livello in cui i cittadini possono intervenire efficacemente.
Perché in realtà le persone si prendono cura volentieri dei luoghi in cui vivono. Quella che io vedo dappertutto è una gran voglia di darsi da fare. E quindi, tornando al Regolamento, a noi sembrava assurdo che tutte queste energie non potessero essere convogliate verso un miglioramento della qualità della vita di tutti.
Cosa ci dice della partecipazione da parte dei giovani?
La vediamo soprattutto nelle scuole, in cui c’è un interesse fortissimo degli adolescenti, intorno ai 16-17 anni. In alcune scuole romane stiamo realizzando da anni il progetto “Rock Your School”, in cui i ragazzi fanno piccoli interventi di manutenzione nella loro scuola. Ho visto un interesse straordinario da parte dei ragazzi sui 17 anni, gli stessi che magari a casa loro non sparecchiano e non si rifanno il letto, però poi nella giornata finale del progetto, quella che conclude la nostra formazione sulla Costituzione, se devono risistemare il giardino o cancellare i graffiti, non li scolleresti più di lì. Stiamo lavorando in questo periodo nel liceo “De Sanctis”, un grande liceo romano, con 1700 studenti che prima della fine dell'anno scolastico faranno una serie di iniziative. ![]()
Ci sono delle differenze tra nord e sud d’Italia riguardo alla mobilitazione?
Un indicatore per rispondere a questa domanda potrebbe essere dato dal numero dei cittadini che hanno scaricato dal sito di Labsus il nostro Regolamento, in quanto abbiamo monitorato coloro che l’hanno scaricato e abbiamo notato che il numero di cittadini del sud è più alto di quelli del centro-nord. Mentre invece sono in maggior numero gli amministratori del nord che l'hanno scaricato.
In generale devo dire che al sud c’è una voglia di impegno molto alta da parte della cittadinanza. L’altro giorno ero a Palermo, il centro storico è bellissimo, ma è in una condizione di degrado disperante. Basterebbe che alcune delle persone che vivono in quelle stradine del centro storico si prendessero cura dei luoghi in cui vivono e la situazione migliorerebbe drasticamente. Sono sicuro che ci sono persone disposte a farlo, ma non lo fanno per mille motivi, uno dei quali è che in una situazione come quella, se tu scendi in strada coi tuoi vicini e ti occupi di tenere pulita e in ordine la tua strada, devi superare delle barriere di carattere sociale così forti che non riesci a farlo. Chi innova si scontra sempre col giudizio degli altri. Ci vuole parecchia forza d’animo e convincimento, anche per questo stiamo andando molto in televisione, cercando di dare fiducia. Al sud c’è un potenziale molto alto, il problema è che lì il Regolamento da solo non basta, ci vuole di più, però il Regolamento è già un primo passo. E infatti uno dei comuni su cui vorremmo puntare è Palermo, è una città in cui ci sono alcune condizioni per riuscire a fare qualcosa, e se riusciamo a farlo lì, poi questo trascina anche gli altri.
Avete iniziative in atto su cultura e turismo?
Devo riconoscere che il rapporto del turismo con la cittadinanza attiva è un tema che finora non abbiamo mai affrontato, ma se ci sono proposte concrete per una riflessione condivisa con chi si occupa di turismo, le prenderemo seriamente in considerazione. In effetti, perché non considerare anche i turisti come soggetti portatori di capacità, come facciamo per i cittadini attivi? Oggi i turisti sono visti essenzialmente come portatori di risorse economiche, dei "portafogli ambulanti" da cui trarre i maggiori vantaggi economici possibili. E invece, in una prospettiva anche di rispetto per le persone, forse dovremmo tener presente che quelli che chiamiamo "turisti", a casa loro sono persone come tutti gli altri, con competenze, idee, esperienze che forse, se opportunamente sollecitate, potrebbero essere messe a disposizione per la cura dei nostri beni culturali.
Se è vero che i nostri beni culturali in realtà sono beni comuni dell'umanità, possiamo immaginare un programma per il coinvolgimento anche dei turisti, sia stranieri sia italiani, nella cura dei beni culturali nelle nostre città d'arte. Chi visita una di queste città oltre a fare, appunto, il "turista", potrebbe prenotarsi al momento della partenza da casa per dedicare qualche ora alla cura di un bene culturale insieme con i cittadini attivi del posto. Si tratta di capire come motivare le persone in tal senso, cosa riceverebbero loro in cambio. Ma sarebbe interessante fare un esperimento in una città in vista della prossima estate.
Ma il problema è che talvolta bisogna scontrarsi con la burocrazia.
Il bello della cittadinanza attiva come cura dei beni comuni è che l'attività di cura che svolgono i cittadini è sfaccettata, non rientra (quasi) mai completamente nelle competenze di un singolo settore dell'amministrazione. E questo crea un problema con le amministrazioni, perché invece loro ovviamente sono organizzate per competenze. Questo è uno dei motivi per cui è così difficile per gli amministratori locali rapportarsi con i cittadini attivi. Perché i cittadini arrivano e dicono che vorrebbero prendersi cura della piazzetta del quartiere. Ma quella piazzetta formalmente è di competenza del Servizio giardini, del Servizio manutenzione, le panchine invece di un altro servizio ancora e così via…E ognuno di questi servizi cura solo un pezzettino del bene comune (per loro, bene pubblico) e quindi il rapporto dei cittadini con queste burocrazie spezzettate diventa complicato.
Quando abbiamo scritto il Regolamento a Bologna i dirigenti comunali, con cui abbiamo interagito a lungo, avrebbero voluto che nel Regolamento noi mettessimo le procedure di rapporto con i cittadini per ciascuno dei loro settori (verde pubblico, manutenzione, etc.). Ma noi abbiamo risposto che invece avremmo fatto un Regolamento di livello generale e che poi le singole procedure di settore le avrebbe dovute fare l’amministrazione, sia perché quelle procedure sono di sua responsabilità, sia per garantire che il rapporto con i cittadini settore per settore possa essere adeguato in maniera rapida e flessibile al mutare delle situazioni.
Uno dei rischi di cui bisogna tener conto nei comuni dove il Regolamento sarà adottato è che alcuni Dirigenti lo vedano come qualcosa che non li riguarda direttamente. Perciò è importante in questi casi fare un lavoro di convincimento, anche introducendo regole in tal senso, per ottenere che l’attività di cura dei beni comuni insieme con i cittadini si considerata un'attività trasversale, che riguarda tutti i settori amministrativi.
Insomma, bisogna essere consapevoli che questo Regolamento sposta equilibri, costringe amministrazioni abituate a dare ordini o erogare servizi a collaborare con i cittadini e questo non è facile. Ma per fortuna la spinta dei cittadini è talmente forte che nel momento in cui gli si dà il Regolamento, poi saranno loro a costringere l’amministrazione comunale a rispettarlo.
Che rapporto avete con altre associazioni che hanno in comune con voi queste tematiche?
Abbiamo totale apertura nei confronti di qualsiasi proposta di collaborazione con altre associazioni, soprattutto a livello locale. La logica sottostante la cura dei beni comuni è una logica di reti, di alleanze, quindi tutto quello che c’è da mettere in campo va messo in campo. Abbiamo tra l’altro ottimi rapporti con il Forum del Terzo Settore, con cui stiamo avviando una partnership di carattere strategico. La nostra idea di sussidiarietà ormai è stata non soltanto accettata, ma direi che nel mondo del volontariato è quella prevalente, perché spiega meglio di altre teorie la realtà. Per dire come i mondi potenzialmente interessati a questo tema vadano molto al di là di quello che si pensa normalmente, recentemente sono stato invitato addirittura al Congresso nazionale di Federnotai per parlare della "nostra" idea di sussidiarietà, suscitando un grande interesse.
Come è formato il vostro staff?
Siamo circa una ventina, la maggior parte a Roma ma anche in altre città, poi ci sono giovani tirocinanti e laureandi della Luiss e della Sapienza (prevalentemente da Scienze Politiche). Il nucleo stretto, quello che manda avanti ogni giorno il sito e pubblica la newsletter quindicinale “Neparlalabsus”, è di circa siamo 7-8 persone. L’età media (nonostante la mia presenza che la alza!) è intorno ai 30-35 anni. Ai nostri tirocinanti facciamo moltissima formazione su come si lavora nel back office di una rivista online, come si scrivono gli articoli, li mandiamo a convegni e incontri, insomma non potendogli dare soldi gli offriamo opportunità per crescere e farsi apprezzare. Ogni redattore, anche il tirocinante appena
arrivato, è totalmente autonomo nel pubblicare il suo articolo, non deve chiedere l'autorizzazione al caporedattore della sua sezione. Diamo fiducia e questo responsabilizza moltissimo i ragazzi. Noi riceviamo una notifica della pubblicazione del pezzo e se necessario possiamo intervenire per correggere un refuso (siamo severissimi per quanto riguarda la "pulizia" dei testi) o un'imprecisione.
Come vi sostenete economicamente?
Siamo tutti volontari e chi collabora con noi lo fa sulla base di un comune sentire, di valori e obiettivi condivisi. Volutamente non abbiamo mai avuto una sede fisica, perché avendo esperienza di associazionismo sapevo che altrimenti avremmo finito per dedicare tempo ed energie alla ricerca dei soldi per l’affitto, quindi lavoriamo solo su web. Quando facciamo riunioni di redazione chiediamo ospitalità ad altre associazioni, ma da alcuni anni – essendo io diventato presidente del Comitato scientifico che dirige il Centro di documentazione sul volontariato – ci riuniamo presso la biblioteca del Centro, che ha sede presso lo Spes, a Roma.
Quindi in sostanza ci basiamo sul lavoro volontario di tutti noi, poi un poco ci aiutano le quote (ma avrà visto che la quota è volutamente modesta, di appena € 10 l’anno). Se dirigiamo un progetto riceviamo un finanziamento specifico per quel progetto, per esempio il progetto di Bologna sul regolamento è stato finanziato dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, da cui abbiamo avuto € 37.000,00 in due anni.
Adesso per poter seguire a tempo pieno la promozione del Regolamento in tutta Italia, poiché vivo a Roma ma insegno a Trento e il continuo viaggiare mi avrebbe portato via molto tempo, ho chiesto alla mia Università sei mesi di aspettativa senza stipendio, da febbraio a luglio di questo anno. Spero di trovare un finanziatore sia per l'organizzazione necessaria alla promozione del Regolamento, sia per pagare il mio stipendio e non dover attingere ai miei risparmi. Ci stiamo dando da fare in questa direzione, sia sul fronte privato sia su quello pubblico. Naturalmente se qualcuno vuole dare una mano qualsiasi aiuto, di qualsiasi tipo, è più che benvenuto!
Come si può collaborare attivamente con voi?
La nostra mail è Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
, chiunque può scriverci e infatti molti ci scrivono, cerchiamo di rispondere a tutti. Naturalmente vagliamo le proposte di collaborazione, le persone, cosa hanno fatto, che competenze hanno. In genere una prima forma di collaborazione, visto che siamo una rivista online, consiste nello scrivere qualcosa, per esempio una recensione di un libro, la presentazione di un convegno o un pezzo su un'esperienza di cura condivisa dei beni comuni che si è verificata nella zona in cui si vive. Quindi come Labsus siamo apertissimi a collaborazioni di ogni genere, sotto varie forme, dalla segnalazione di esperienze all'organizzazione sul territorio di gruppi di cittadini attivi. E noi ovviamente, nei limiti delle nostre possibilità, siamo a disposizione per aiutare i cittadini che vogliono far approvare il Regolamento dal proprio Comune oppure gli amministratori che dopo averlo adottato, essendo questo testo molto innovativo, hanno bisogno di sostegno sul piano tecnico-giuridico o della formazione del personale.
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Dalle parole del Presidente Arena, emerge il desiderio forte di dare concretezza ad un principio Costituzionale, cioè quello di favorire l’iniziativa dei cittadini per i beni comuni, di spazi che possono essere condivisi, nel senso dell’essere abitati e frequentati, ma anche e soprattutto curati dalle stesse persone che li vivono quotidianamente. Credo sia importante che lo sforzo di Labsus sia rivolto a tutti, a partire dai giovani, ad esempio nelle attività descritte sopra nelle scuole, perché non c’è bisogno di aspettare “domani” per essere attivi, per essere autonomi, per essere solidali.


